Diceva il socialista francese Jean Jaures, “Il capitalismo porta in sé la guerra come il nembo porta il temporale”. Il governo degli Stati Uniti, per citarne uno a caso, basa tutta la sua forza sul comparto militare, e investe il suo denaro soprattutto in questo settore. Non è concretamente un capitalismo di guerra, poiché a causa dei cambiamenti della società, del sistema nel suo complesso e nel modo di fare guerra, gli stati nazionali, anche se in guerra, non sono più soggetti alla razionalizzazione e ai sacrifici imposti da un conflitto in corso, come è avvenuto fino alle grandi guerre. È stato però un capitalismo militare, o come viene definito, un keynesismo militare. Keynes intendeva in realtà la spesa pubblica destinata ad uso civile, ed utilizzabile soltanto nel breve periodo per muovere l’economia e incrementare l’occupazione. Il keynesismo militare invece prevede l’investimento di denaro pubblico in spese militare, ed è stato applicato apparentemente con successo alla fine della seconda guerra mondiale. Ci dicono che il sistema economico ormai dominante a livello mondiale porta benessere e annulla i conflitti, eppure ci sono più di cinquanta guerre in giro per il mondo. Le più eclatanti, tra l’altro, sono scatenate e portate avanti dalle maggiori economie mondiali. C’è qualcosa che non va allora nel modello, o qualcuno ci prende in giro. Secondo molti il capitalismo ha bisogno della guerra, per accedere a nuovi mercati, a nuove risorse e materie prime.
Durante la guerra fredda, le spese militari trovavano una giustificazione poi scomparsa, infatti negli anni ’90 negli Stati Uniti erano diminuite in percentuale sul PIL. Oggi la guerra permanente non ha le stesse giustificazioni, però resta strettamente collegata all’economia, in particolare al neoliberismo, professato come la religione del nuovo millennio. Il presunto pacifismo dell’economia capitalista è dunque messo a dura prova.
D’altra parte la politica, ormai relegata a ruoli di ordinaria amministrazione di ciò che viene deciso altrove, non dà risposte, se non allarmanti. Basti pensare alla poca, se non nulla, differenza di politica estera tra governi apparentemente opposti. A chi aspetta il 2008, la fine del secondo mandato Bush, nella speranza di avere una netta inversione di tendenza, andrebbero ricordati un paio di nomi. Gente più o meno democratica, di nome sicuramente, ma nei fatti…è da dimostrare. Sto parlando di John F. Kennedy, colui col quale iniziava la guerra del Vietnam, e ovviamente implicato anche nella Baia dei porci, del suo vice e poi successore Lyndon Johnson, di Jimmy Carter e più recentemente di Bill Clinton, che è famoso per le sue vicende extraconiugali, e che per l’aver mentito su queste è stato “bruciato”, mentre sulla guerra in Kosovo nessuno ha detto niente, se non poche voci, isolate. Sul Kosovo il riferimento d’obbligo è anche al governo italiano, all’epoca di centro sinistra e, si sa, bisogna fare attenzione al “fuoco amico”. Senza andare lontano, se si osservano i dati dell’ultima finanziaria si vede come il nostro (si fa per dire) sia un governo militarista. Le spese militari sono cresciute, rispetto al precedente governo, per il mantenimento e l’ampliamento dei contigenti militari all’estero (Afghanistan e Libano, solo gli ultimi). 2È vero che le truppe sono state ritirate dall’Iraq, ma questo era stato ampiamente previsto. Inoltre, assistendo ad un incontro della carovana della pace nella mia città ho scoperto che il governo italiano ha assunto, a contratto, dei mercenari che vigilino sulla sicurezza dei nostri tecnici che sono rimasti lì. Ma ovviamente non ne parla nessuno. Come nessuno dice che la spesa militare complessiva della Finanziaria è di 20 miliardi, e che è stato fatto un ulteriore vulnus ai cittadini e al paese, prevedendo, all’articolo 188, che il finanziamento annuale di un miliardo alle missioni all’estero diventi automatico, passando nelle mani dell’esecutivo, senza cioè alcuna discussione in parlamento.
Il problema però non è il momento storico, né il peggioramento della vicenda e della natura umana. L’economia attuale è nata con l’industrializzazione, e questa è nata con l’avvento degli stati nazionali. La Gran Bretagna, la protagonista indiscussa della prima rivoluzione industriale, ha sperimentato un modello che in un primo tempo ha contagiato il resto dell’Europa, e poi il mondo.
Ma che cos’è la razionalizzazione della produzione se non un’applicazione del modello militare? D’altronde essa si è verificata esattamente per necessità belliche. Gli eserciti regolari, eserciti di stati nazionali, avevano bisogno di armamenti, equipaggiamenti, risorse, beni di ogni tipo, in serie. Necessitavano di una produzione “di massa”, poiché creavano una domanda di massa. Quest’economia è stata violenta sin dalle origini, ed evidentemente anch’essa deve essere ripensata totalmente se si vogliono realmente cambiare le cose.
Veronica